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Ho pensato non poco prima di buttare giù queste due righe, stimolato, ma direi più propriamente istigato, da Hetschaap dopo aver letto il suo post, ed in particolare la sua conclusione (lo trovate qui).

Dire cosa sia Napoli e quale sia l’essenza della napoletanità, è una cosa talmente difficile, che ripeto ancora una volta, in tanti hanno tentato di farlo, ma in pochissimi ci sono riusciti.

E non perchè siamo talmente complicati che una persona normalmente intelligente non ci possa inquadrare. Il vero problema è che Napoli ed i napoletani sono un coacerbo di contraddizioni, tali per cui quando credi di averne delineato una caratteristica, due minuti dopo potresti accorgerti che non è sempre vero .. e ricominci daccapo.

Per descrivere l’indescrivibile, potrei procedere per tentativi, ovvero come dicono gli scienziati, per approssimazioni successive. Magari facendomi aiutare da definizioni che ho trovato e che mi sembrano calzanti in certe situazioni ed in certe circostanze.

Napoli è un composto dove non è possibile scindere il bello dal ripugnante, il migliorabile dall’inevitabile, il sobrio dall’esagerato. Qualsiasi tentativo di fare distinzioni rischia di portare a risultati incoerenti. Napoli o la si ama o la si odia, o la si accetta così com’è o la si rifiuta, non ci possono essere mezze misure.

Il mio punto di vista è parziale, e come la maggior parte dei napoletani amo questa città e contemporaneamente la odio a morte. Ho sempre detto di volermene andare, e qualsiasi altro posto sarebbe stato migliore, ma ho fatto di tutto per restarci, e la vita alla fine ha deciso che dovessi restare.

Napoli è antica, più antica di Roma. E’ una colonia fondata dai Greci, che trovarono il clima ideale per l’agricoltura perché ha uno dei terreni più fertili mai visti, grazie alle ceneri che il Vesuvio spargeva (e che speriamo non faccia più) per tutta la Campania, tanto che gli stessi romani la soprannominarono “Campania felix”.

Ma come tutte le civiltà molto antiche, anche Napoli conobbe la sua decadenza. Siamo passati per secoli di dominazioni, arabe, francesi e spagnole e da ognuna abbiamo assorbito i tratti caratteristi. La nostra lingua ne porta i segni, tanto è vero che alcuni vocaboli sono esattamente uguali ai termini arabi, francesi o spagnoli.

Di dominazione in dominazione siamo giunti all’ultima annessione, quella del 1860. Perché di annessione si tratta. Purtroppo la storia la scrivono i vincitori ed in 150 anni, la versione ufficiale è stata la liberazione del meridione dalla dominazione spagnola dei Borboni, salvo omettere che non solo nulla è cambiato, ma è sicuramente peggiorato, e che l’impoverimento dovuto al depredaggio dei “liberatori” ha salvato le casse indebitatissime dei Savoia.

Ma non è di questo che voglio parlare, chi vuole leggere un’altra versione, documentata ovviamente, dell’unità d’Italia, può leggersi il libro di “Pino Aprile – Terroni” (il link è di Google Libri per un’anteprima).

Definire il napoletano risulta difficile, potrei prendere a prestito la teoria di Luciano De Crescenzo, per inciso un Ingegnere elettronico, un bel giorno folgorato sulla via di Damasco, cosa che gli ha fatto cambiare mestiere e vivere meglio: forse ho qualche speranza anche io!

Dicevo di questa teoria, che assegna ai napoletani l’etichetta di “popolo d’amore” in contrapposizione a quello di “popolo di libertà” per le popolazioni più a nord. Siamo un popolo che amiamo il contatto, parlare, comunicare.

Il popolo d’amore è invadente, “azzeccoso”, bisognoso di contatti umani continui. Il popolo di libertà, è un cultore della privacy, non necessariamente privo di sentimenti, ma che è sicuramente più restio a manifestarli.

Notate come gesticola un napoletano quando parla, magari osservatelo in TV, levando l’audio: è incredibile come si riescano a capire le cose ugualmente.

Mi direte, ma questa è caratteristica degli italiani. Vero! Ma noi napoletani esageriamo in tutto, nel bene e nel male.

Fondamentalmente siamo anarchici. Nel senso che non riconosciamo veramente alcuna legge. Le leggi sono fatte per gli altri e pensiamo che non c’è nulla di male se le interpretiamo. Una dimostrazione della mia tesi è il traffico cittadino.

Chi ha la sventura di guidare per la prima volta a Napoli, può essere assalito da un senso di sconforto e di paura senza precedenti. Può sembrare che non ci sia una sola regola rispettata. A costui (o costei) posso solo dire due cose: la prima è che una volta imparato a guidare a Napoli, è come aver preso una patente universale, si può guidare ovunque nel mondo senza problemi, state certi.

La seconda è che ci sono delle regole, non scritte, ma ci sono. Per il già noto principio per cui il napoletano le regole le interpreta e non le segue, ci sono “aggiustamenti” che si adattano alle condizioni ed alle circostanze.

Ad esempio, se sto ad un incrocio, ho il rosso ma non passa nessuno, perché debbo aspettare? Ma quella è una strada che percorrerei contromano! Non c’è nessuno e cosi faccio prima. Per questo motivo un napoletano che arriva ad un incrocio ed ha il verde, rallenta: ci potrebbe essere dall’altra parte uno che non lo ha visto e sta applicando la regola citata.

Oggi, a dire il vero, le regole stradali sono maggiormente seguite, ma non perché siamo migliorati. I napoletani che tendenzialmente non seguono le regole, se vedono da lontano una divisa, anche se questa è stesa ad asciugare, si allineano rapidamente. Diciamo che siamo dei paraculo? Si! Quindi oggi tra telecamere, autovelox, vigili e quant’altro, forse il rosso si rispetta di più.

E quando siamo beccati in flagrante, si creano scenette che solo qui si possono vedere. Considerando che anche il vigile è napoletano, si iniziano una serie di schermaglie verbali, coadiuvate da un capannello di “curiosi” che dopo cinque minuti che assiste alla scena entra nella discussione.

Alla fine c’è da giurare che qualcuno, possa intercedere per il perdono con l’attenuante generica “E’ pate ‘e figlie” (è padre di bambini), oppure “E’ asciut’ pe’ guadagnà a jurnata” (è uscito per lavorare).

Altrove non ci sarebbe stato neanche l’accenno di una discussione: l’infrazione è infrazione e va punita senza “se” e senza “ma”.

Ricordo però un episodio emblematico: a Milano diversi anni fa verso mezzanotte ad un incrocio in cui non c’era anima viva, solo due auto al centro dello stesso che si erano scontrate perché una delle due non aveva rispettato il rosso. A Napoli non sarebbe mai successo.

Comunque la si vede Napoli è esagerata. E’ la terra della camorra, della malavita. Qualcuno è impaurito a tal punto che ha paura di uscire la sera, è capitato di sentirmelo dire da alcuni colleghi di altre città o di altri paesi.

E’ la terra che però ha generato cultura nell’arte, nella musica nel teatro e nel cinema. Ha ispirato poeti e narratori stranieri che se ne sono perdutamente innamorati.

Città di forti passioni e di sentimenti tempestosi, non facciamo nulla per essere riservati. Siamo una unica comunità che agli occhi di un cultore della “privacy” può apparire un tantinello invadente.

Nella mia vita ho fatto diversi traslochi, da ragazzo quando vivevo con i genitori, da sposato.

L’unica variabile in tutti questi traslochi è stato il tempo intercorso tra il nostro arrivo nella nuova casa, e l’arrembaggio dei vicini che ci venivano a salutare: variava da pochi minuti a diverse ore.

Gli indiani d’America usavano fumare il calumet della pace, e scambiarsi damigiane di acquavite per consolidare l’amicizia. Da noi si usa portare in segno di pace il caffè.

Quando traslochi è la prima cosa che compare, magicamente a te e ai trasportatori, magari è una ciofeca colossale, ma non puoi rifiutare, perché è fatto con amore, ma anche perché è il grimaldello che consente al donatore di iniziare a sapere un po’ più di te.

Non ne parliamo se al seguito del trasloco c’è un bimbo piccolo: scatta la gara tra le mamme e le nonne del condominio per salvare la povera “criatura” (il bambino) dagli insormontabili disagi che sta provando.

Volevo raccontare di Napoli e di napoletantà, alla fine ho raccontato alcuni episodi che forse non inquadrano il napoletano medio, che come tutte le cose “medie” non esiste.

Posso solo dire che sono contento di essere napoletano, ed il fatto che contemporaneamente desideri di essere qualcos’altro è normale .. per un napoletano.

Mi piace aver ereditato l’ironia ed il senso dello “sfottò”, la filosofia del “ca’ nisciuno è fesso”, ma anche di affrontare i disagi della vita con la dovuta leggerezza che alcune volte sfiora l’incoscienza.

Mi piace di essere in una città che vive la religione in modo pagano: noi con i santi ci facciamo i patti, e se sgarrano li sappiamo anche cazziare.

Mi piace vivere in una città dove se c’è passione, questa è totale, non ci sono sconti. In quale altra città si sarebbe giocata non meno di tre o quattro anni fa, una partita di calcio del campionato serie C con ottantamila spettatori? Anche se non si è appassionati di calcio, questa cosa non può non colpire.

Se per alcuni Napoli ed i napoletani rappresentano un problema, ricordo modestamente che affinché si possa distinguere il bene, deve esserci il male. Il problema non è che noi siamo napoletani, è che gli altri non lo sono.

Per finire questo delirio campanilistico, vi consiglio se avete tempo, un libro a cui mi sono ispirato per il titolo. Vi rimando su Google libri (Amedeo Colella – Manuale di Napoletanità), per un’anteprima: non vi rende napoletani, ma aiuta a vivere meglio!

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