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Non so se vi è mai capitato di fantasticare su come sarà il futuro. Parlavo del più e del meno con una mia amica ed ad un certo punto le ho detto “ci risentiamo tra vent’anni”, come per dire “a quell’epoca ragionerai in un altro modo”.

Ecco, io non ho fatto, come diciamo a Napoli, il patto con il Padreterno, il che vuol dire non sono sicuro che ci sarò tra vent’anni. A dire il vero non sono sicuro neanche tra venti mesi, venti giorni, venti ore, o venti sec …

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… tranquilli sono ancora qui, per la gioia di qualcuno ed il dispiacere di qualche altro.

Comunque sorvolando su la vita, la morte e tutto quanto, immaginate come sarà tra vent’anni? Sono sempre stato appassionato di fantascienza, ed anche di tecnologia e scienza, e mi è sembrato naturale in passato fantasticheggiare su possibili mondi alternativi qui o altrove.

Forse è un po’ adolescenziale, ma è l’aspetto di me a cui non voglio rinunciare, che è pari all’entusiasmo che ha un bambino di fronte al nuovo, anche se sono in pochi ad accorgersene, e sicuramente solo chi mi conosce bene.

Vent’anni è una generazione. Prendiamo come esempio il telefono, tanto per seguire l’argomento del titolo. La rete cellulare mobile analogica di seconda generazione, la ETACS, è stata attivata in Italia nel 1990 ed era accessibile solo per utenti business.

Agli utenti privati è stata aperta solo nel 1993, con un unico gestore (indovinate chi), con prezzi non proprio popolari e con cellulari che erano dei mattoncini, sia come forma, sia come peso.

Mi ricordo che comprai all’epoca un cellulare per fare un regalo, un Nokia, al modico prezzo di un milione e duecentomila lire che tradotti ed attualizzati secondo gli indici Istat fanno circa 900 euro! Quindi pagai 900 euro per un cellulare la cui potenza può essere paragonata ad un cellulare che oggi si può trovare a non più di 30 euro, escludendo l’ingombro e la pesantezza.

I primi telefoni erano “trasportati” grazie a custodie agganciate alla cintura dei pantaloni: la dimensione non permetteva di portarli comodamente in qualsiasi tasca. Oggi praticamente può capitare che possiamo dimenticarci di averlo per quanto sono piccoli e leggeri.

Ma il portare il telefono attaccato alla cintura lo rendeva molto simile ad una pistola, e così come nel vecchio West c’era la sfida a chi estraeva più velocemente la colt, tra coloro che si beavano di questo nuovo status simbol, c’era la gara a chi estraeva il telefono più velocemente all’arrivo di una chiamata.

Li vedevi tesi con la mano che spasmodicamente toccava il cellulare, sperando che qualcuno chiamasse, per poter estarre il nuovo giocattolo e mostrarlo alla massa che non godeva ancora di quel nuovo simbolo di potenza.

Un altro modo di distinguersi dagli altri, era quello di ostentare l’oggetto. Quando ti trovavi in un ristorante o una pizzeria li vedevi poggiati in bella mostra sul tavolo, e c’era sempre quella spasmodica speranza di ricevere una delle rare telefonate, per poter urlare al microfono e far notare a tutti l’oggetto del desiderio.

Ricordate il film di Verdone?  “Ao’ ‘ndo state? Che fate? ‘ndo annate?” Verdone non fa opere di fantasia …

Grazie all’evoluzione della tecnologia, i telefoni oggi sono “intelligenti” e hanno un ingombro ed un peso ragionevole, sono praticamente alla portata di tutti, proprio perché sono regalati e poco ci manca di trovarli nella scatola dei cereali.

Non ha più senso “l’estrazione veloce”. Oggi si mostra il cellulare trendy, lo smartcoso che ti tiene in perenne contatto con tutti in ogni momento.

Ed è proprio la tecnologia, che ci ha fatto cambiare il modo di comunicare. Siamo sempre connessi, tramite i social network anche da telefono, o con i più vetusti sms.

La comunicazione avviene in tempo reale e senza grossi sforzi. Si comunica in maniera essenziale ed efficace con pochissime parole spesso anche abbreviate, ed a questo proposito ci sarebbe da parlare moltissimo del massacro che si fa della lingua italiana.

A questo punto, mi domando come telefonerò tra vent’anni? Ammesso che ci sarò, il patto, il Padreterno etc. etc. come sarà telefonare nell’agosto del 2032?

Innazitutto non credo esisterà il telefono come oggi lo concepiamo, non esiterà più una tastiera fisica, neanche quella virtuale simulata sul display.

Il dispositivo di input sarà la voce: è giá tecnologia di oggi, forse non avanzatissima, ma giá operativa. Oppure con alcuni gesti della mano scriveremo su una tastiera che è nell’aria e che olograficamente compare solo quando necessario.

E non sto andando tanto avanti nel tempo, questo che vi ho descritto potrebbe raggiungere la maturità nei prossimi tre o quattro anni.

Il display potrebbe essere anch’esso virtuale, magari integrato negli occhiali a completare quello che oggi si chiama realtà aumentata.

Ed anche questa è tecnologia che sarà matura nel giro di un lustro. Insomma probabilmente il terminale sarà talmente piccolo che lo indosseremo alla cintura, ma questa volta come la fibbia della stessa.

La cosa più inquietante però e di cui ho molta paura, è la possibilità che nel prossimo futuro potremmo perdere il diritto a non essere “connessi”.

Oggi con la geo localizzazione, i social network ed sms comunicare in voce non è più prioritario come prima, ci sono molti livelli per comunicare, in maniera altrettanto efficace.

Domani potremmo essere connessi con il nostro “cerchio” sempre, trasmettere i nostri parametri biometrici 24 ore su 24, in modo che tutti sappiano come stai e cosa fai, con software che interpretano anche la più piccola variazione del respiro e ti fanno comparire la “smile” adeguata, far vedere cosa sto vedendo, vedere cosa vedono, in poche parole “condividere” tutta, ma proprio tutta  la mia vita.

E se non sei connesso sei out, come se oggi non sai usare computer o cellulare sei la versione moderna di un analfabeta.

E’ uno scenario da incubo, perché se si realizzasse, arriverebbe a compimento la profezia orwelliana del Grande Fratello, con la variante che non sarebbe imposta dall’alto, ma saremmo noi stessi a consegnarci dal basso. E questo già accade allegramente oggi, e quasi nessuno se ne accorge.

Non riesco ad immaginare realmente come sarà tra vent’anni, se non ci saremo in qualche modo autodistrutti.

Come spesso faccio, l’obiettivo principale dei miei post non è sempre quello evidente, ed in questo caso quello di cui ho parlato fino ad ora.

Infatti la mia curiosità mista ad inquietudine non è come la mia amica mi telefonerà tra vent’anni, ma chi troverà all’altro capo del telefono.

Se dovessi fare un resoconto su dio me potrei solo dire che qualche cosa è cambiato in meglio, qualche cosa in peggio.

Mi preoccupa che domani come oggi, possa essere stonata la mia età anagrafica, con la mia età mentale. E’ come essere a cavallo di due mondi: un giorno vedi da una parte e sai che oramai non ti appartiene più, un giorno vedi dall’altra e non vuoi esserci. Lo sai che non hai scelta, ma non vuoi scegliere.

E tra vent’anni, se dovessi come adesso scegliere tra altri due mondi? Non lo sopporterei. E se poi non fossi in grado di ricordare nulla? Il bello che c’è stato per bilanciare quello che potrei trovare?

Qualcuno ha detto che il modo migliore per essere infelici è rifugiarsi nei ricordi, coltivarli e mitizzarli. Vero! Ma questo accade solo se non vuoi vivere ora.

“La vita è adesso” diceva il poeta, ed è una cosa che in tanti anni non ho ancora imparato.

Allora meglio che non mi telefoni tra vent’anni, non so chi troveresti, sicuramente non la stessa persona e mi dispiacerebbe se fosse peggiore.

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